Riassumendo la vita di Gaspare Pacchiarotti

Gaspare Pacchiarotti, anche noto come Gasparo Pacchierotti nacque a Fabriano in un Famiglia di Cartai, il 21 maggio 1740. E’ considerato uno tra i maggiori cantanti lirici castrati, sicuramente il più noto dell’ultima fase della loro storia, quella a cavallo tra 1700 e 1800. Pacchierotti morì a Padova il 28 ottobre 1821 dopo aver raccolto una immensa fortuna, e venne seppellito nella chiesetta di Famiglia presso una delle Ville Pacchierotti, leggermente fuori Padova oggi chiamata Villa Pacchierotti-Zemella in via Chioggia.

Essendo nato in una famigli a di umili origini si sa abbastanza poco della sua giovinezza, sicuramente la famiglia discendeva dal pittore di origine toscana Jacopo del Pacchia, detto Pacchiarotto. Pacchierotti come spesso accadeva allora venne castrato all’età di 7 anni sperando nella fortuna, e che diventasse un grande cantante lirico. Una procedura questa molto comune nel 1700, quando nelle famiglie numerose i figli venivano indirizzati o alla vita ecclesiastica, o alla carriera lirica con la cassazione per quanto riguarda gli uomini. I corri delle cattedrali delle città erano composti per la maggior parte da Castrati e inoltre se questi riuscivano a “sfondare” i guadagni e le ricchezze erano assicurate. I Castrati erano considerati come i “Divi pop” del nostro tempo, piccole “Madonne” del 1700. Importante è ricordare però che questa pratica era allora estrema, per le scarse condizioni igieniche e molti bambini morivano durante o poco dopo la castrazione.

Gaspare fu dapprima corista nella cattedrale di Forlì e poi in quella di Venezia, dove avrebbe ricevuto insegnamenti di canto anche dall’affermato compositore Ferdinando Bertoni che sarebbe rimasto suo intimo amico fino alla morte. Proprio a Venezia Pacchierotti si esercitò notte e giorno nel canto, notti intere senza dormire. Lui voleva sfondare, voleva diventare “la più bella voce bianca”. Qui iniziò a teorizzare un concetto ad oggi ancora molto utilizzato, che trascrisse e pubblico poi in un saggio del tempo: “chi sa respirare, sa anche cantare” nessuno è stonato, la voce è solo un fatto di esercizio e anche i più stonati possono riuscire a cantare decentemente, con l’esercizio. Il tratto scritto al termine della sua carriera si intitolava trattato dal titolo “Modi generali del canto premessi alle maniere parziali onde adornare o rifiorire le nude e semplici melodie o cantilene, giusta il metodo di G.P.“.

Dopo aver fatto alcune apparizioni in pubblico con lo pseudonimo di Porfirio Pacchiarotti, interpretando, tra l’altro, il ruolo di Acronte nell’opera di Hasse, Romolo ed Ersilia, a Innsbruck, in occasione dei festeggiamenti per il matrimonio di Pietro Leopoldo d’Asburgo Lorena con l’infanta di Spagna (1765), egli fece probabilmente il suo vero e proprio debutto teatrale a Venezia nel 1766, al Teatro San Giovanni Grisostomo oggi Teatro Malibran, interpretando la parte di Ulisse nella prima rappresentazione dell’Achille in Sciro di Florian Leopard Gassmann.

Con la fine degli anni sessanta, Pacchierotti era ormai affermato a Venezia, sia come cantante d’opera, sia come corista in San Marco, dove era direttore musicale Baldassarre Galuppi. E fu proprio in una rappresentazione di un lavoro di quest’ultimo, Il re pastore (1769), che Pacchiarotti raccolse il suo primo grande successo come “primo uomo” interpretando la parte di Agenore. Insieme a Galuppi, che lo aveva preso sotto la propria ala protettrice, il giovane Pacchierotti si era anche recato a Pietroburgo e, al suo rientro a Venezia, in quello stesso 1769, aveva sostituito il Guarducci come “primo musico” al Teatro San Benedetto.

A partire dal 1770 il Pacchierotti si esibì prima a Palermo, poi, ripetutamente, a Napoli, ed in entrambe le piazze rimase coinvolto in aspre rivalità prima con Caterina Gabrielli e poi, nientemeno che con Caffarelli, e prese comunque parte a importanti rappresentazioni, come le riprese napoletane dell’Alessandro nelle Indie di Piccinni, e dell’Orfeo ed Euridice di Gluck. Dopo essersi esibito anche altrove, ed in particolare a Bologna, a Milano e a Forlì, dove inaugurò il nuovo teatro lirico, nel 1776 egli tornò a Napoli per la prima dell’Artaserse di Bertoni e fu coinvolto in un’oscura spiacevole storia di duelli (a causa di donne) che lo condusse per la prima volta in prigione e lo costrinse dopo il rilascio, ad abbandonare per sempre la pur favorevole piazza di Napoli.

Per i successivi quindici anni Pacchierotti si esibì nei teatri dell’Italia settentrionale, e più precisamente a Milano, Venezia, Genova, Lucca, Padova e Torino. La stagione 1778 si rivelò particolarmente felice, infatti dopo aver riscosso un caldissimo successo nel Quinto Fabio di Bertoni, Pacchiarotti fu chiamato a interpretare il 3 agosto 17778 il ruolo protagonistico di Asterio all’inaugurazione del Teatro alla Scala di Milano. Infatti la Scala di Milano venne  inaugurata con l’opera “Europa Riconosciuta” di Antonio Salieri proprio quel giorno con l’interpretazione di Gaspare Pacchierotti.

Nel 1785, mentre si esibiva a Venezia, ebbe la possibilità di cantare anche alle esequie del suo vecchio protettore Galuppi, esprimendo nei suoi confronti parole di commossa partecipazione e gratitudine.

Tra il 1778 e il 1791, Pacchiarotti ebbe anche occasione di visitare ripetute volte Londra riscuotendo un generale consenso e apprezzamento soprattutto da parte degli estimatori dell’opera italiana. Uno di essi, Lord Mount Edgcumbe, ci ha lasciato una certamente lusinghiera, ma comunque molto acuta, descrizione delle caratteristiche del cantante:

“La voce di Pacchiarotti era di soprano con ampia estensione, piena e dolce al massimo grado: le sue capacità di esecuzione erano rilevanti, ma egli aveva di gran lunga troppo buon gusto e troppo buon senso per fare dispiego di esse quando ciò si sarebbe tradotto in un uso fuor di luogo, […] ben consapevole com’era che la delizia primaria del canto e la sua suprema eccellenza risiede nell’espressività toccante e nel pathos intensamente sentito. Tale era il suo genio negli abbellimenti e nelle cadenze, che la loro varietà era inesauribile. […] Il suo recitativo era di una finezza inimitabile, al punto che perfino coloro che non capivano la lingua, non potevano mancare di comprendere, dal suo modo di porgere, dalla sua voce e dalla sua recitazione, ogni sentimento che esprimeva. Come cantante da concerto e particolarmente nelle riunioni private di società, brillava quasi di più che sul palcoscenico. […] Non era di maniere presuntuose, ma si dimostrava grato e affezionato a tutti i suoi numerosi amici e patroni.

A Londra Pacchierotti riscosse molto successo sia come cantante che come uomo, infatti molte donne durante la sua permanenza in Inghilterra persero la testa per lui e molte gli donarono ingenti somme di denaro, tra queste la figlia del noto Burney, chiamata Fanny che frequentò nel salotto culturale dei Burney, il più prestigioso dell’epoca:

“Ma lo stupore e il piacere suscitati dallo spettacolo in generale, divennero vaghi, freddi e fiacchi a paragone delle identiche emozioni provocate dal Signor Pacchierotti; pensò che anche solo la metà dell’eccellenza di quel grande cantante sarebbe bastata per stupire e incantare le sue orecchie inesperte; anche se la raffinatezza del gusto e l’originalità della maestria di quel talento, per essere lodate quanto dovuto, avrebbero richiesto le facoltà di giudizio e le conoscenze di studiosi professionisti, l’amore innato per la musica compensava le deficienze della cultura, e ciò che lei non riusciva a spiegare o a comprendere, riusciva ad avvertirlo e a goderlo.

L’opera era Artaserse, e il piacere suscitato dalla musica fu accresciuto dal fatto che Cecilia già conosceva quel dramma così interessante; eppure, così come per tutti i novizi nello studio qualsiasi cosa di meno complicato diventa piacevole, nulla la colpì più profondamente della malinconica e bellissima semplicità con la quale Pacchierotti pronunciò la commovente ripetizione di sono innocente! la sua voce, sempre dolce e appassionata, fece vibrare quelle parole con un tono di tenerezza, pathos e sensibilità che le trasmisero una sensazione al contempo nuova e deliziosa.”

Questo scritto tratto da Cecilia  la scrittrice Frances (Fanny) Burney (1752-1840), una delle più famose scrittrici dell’epoca cita il suo “amato”. Le sue opere sono citate nelle lettere e nei romanzi di Jane Austen, e “Cecilia” (1782) non fa eccezione. Uno scritto successivo chiamato parlerà proprio di questa relazione tra Fanny e il Castrato in “Susanna, the Captain & the Castrato: Scenes from the Burney Salon 1779-80

Ma tra questi passaggi londinesi Pacchierotti non si dimentico di far visita a Parigi alla Regina Maria Teresa d’Asburgo, che da li a poco verrà ghigliottinata.

“Da Londra tornava di nuovo il Paccherotti verso le principali corti e città d’Italia, e verso il 1786 in Inghilterra per la seconda volta nel suo passaggio per Parigi e grazioso invito dai Reggii Coniugi, e si presentò alle Tullerie in occasione di pubblico ricevimento. Distinta dall’augusta figlia di Maria Teresa la marcata figura del pacchia rotti in mezzo a quell’illustre adunanza, e sorpassando e stagni riguardo per la tanta celebrità di lui ecco che un paziente se lo fa avvicinare, lo conduce al cembalo ne privati appartamenti e prende estatica da quelle note incantatrici. Terminati gli impegni di Londra, ricordatevi, pacchi rotti, di esser nostro in tre anni ci rivedremo: e lo accommiatava non meno cortese che generosa. Infelice sovrana! Dovevi nel corso di pochi anni passare dal trono al carnefice. Santificata alla sventura! Anneriva l’orizzonte politico e collo spirante del 1000 settecento 89 il Pacchiotti vuole ripartirarsi.”

Così ricorda il passaggio per Parigi il figlio adottivo Giuseppe Cecchini Pacchierotti nella Biografia dettata dal padre nella sua vecchiaia intitolato “Ai cultori ed amatori della musica vocale cenni biografici intorno a Gaspare Pacchierotti

Durante le sue visite a Londra, Pacchiarotti si esibì soprattutto in opere del suo amico Bertoni, ormai divenuto un affermato operista, e, nonostante il suo aspetto esteriore non particolarmente brillante e la sua “situazione” (come abbiamo già ricordato) ebbe un discreto successo tra le donne.

Il 27 maggio 1784 fu chiamato ad eseguire diverse arie di Haendel alle celebrazioni per il centenario della nascita del compositore sassone che si tennero al Pantheon di Londra. La sua ultima visita nella capitale britannica, nel 1791, è rimasta famosa per le sue numerose esecuzioni della cantata di Haydn Arianna a Naxos, con l’accompagnamento al piano da parte del compositore.

Le sue apparizioni in pubblico alla fine del 1700 avevano cominciato a diradare. Dopo il suo ultimo ritorno da Londra, egli fu di nuovo chiamato, il 16 maggio del 1792, a partecipare all’inaugurazione di un altro dei massimi teatri italiani, “La Fenice” di Venezia, in occasione della quale interpretò il ruolo protagonistico di Alceo ne I giuochi d’Agrigento di Paisiello. Dopo un’ultima stagione alla Fenice, Pacchiarotti si ritirò a Padova concedendosi soltanto due ulteriori sortite pubbliche ufficiali, tra cui un concerto in onore di Napoleone, nel 1797, al quale fu costretto per ordine dello stesso Napoleone, che voleva sentire cantare il Pacchierotti di cui aveva tanto sentito parlare per la splendida voce, a partecipare nonostante i suoi sentimenti patriottici di fedeltà alla soppressa Serenissima che non nascose mai. Tanto che scrisse l’espressione di tali sentimenti in una lettera indirizzata ad Angelica Catalani e caduta nelle mani della polizia francese, che determinarono per l’espressione di tali sentimenti una seconda permanenza in prigione per il grande cantante italiano.

Rimasto famosissimo anche dopo il ritiro, Pacchierotti fu meta continua di visite da parte di figure ben note della cultura del tempo, tra cui Antonio Canova come testimonia la lettera conservata nel “Lettere familiari inedite di Antonio Canova” e poi personaggi come Monti, Foscolo, Alfieri, Goldoni e Rossini, che oltre ad averlo definito “il mutilato”, di fronte ai rimbrotti del cantante sul carattere un po’ troppo “rumoroso” della sua musica, gli rispose con prontezza: “Datemi un altro Pacchiarotti e ben saprò come scrivere per lui!”. Un altro visitatore illustre fu Stendhal, il quale rimarcò di aver appreso di più, sulla musica, nelle sei conversazioni con il grande artista, che da qualsiasi libro, in quanto di era trattato di un colloquio tra “anime”.

Pacchierotti non smise comunque mai completamente di cantare, rimanendo sempre particolarmente attaccato alla raccolta di salmi di Benedetto Marcello, dalla quale affermò di aver appreso quel poco che sapeva. Il 28 giugno del 1814 egli ebbe il dolore di cantare nella Basilica di San Marco al servizio funebre in onore del suo grande amico e compositore prediletto Ferdinando Bertoni. L’ultima volta che si esibì in pubblico avvenne il 19 ottobre del 1817, all’eta di settantasette anni, con l’esecuzione di un mottetto nella chiesa di Mirano.

Famoso per la sua affermazione che “chi sa respirare, sa anche cantare”, egli si dedicò anche all’insegnamento o forse meglio a consigliare le tecniche del bel canto, avendo tra i suoi allievi Rosmunda Pisaroni e Luigia Boccabadati e fu proprio in questo periodo che realizzo il trattato dal titolo “Modi generali del canto premessi alle maniere parziali onde adornare o rifiorire le nude e semplici melodie o cantilene, giusta il metodo di G.P.“, che fu pubblicato a Milano soltanto nel 1836 sotto il nome di A. Calegari. Ormai però il più grande, insieme a Girolamo Crescentini, dell’ultima generazione dei castrati, si era spento da venticinque anni. Pacchierotti fu inoltre il primo a introdurre la recitazione all’interno del canto lirico, infatti prima di lui i cantanti si esibivano fermi in piedi, lui fu il primo a recitare, e a rivoluzionare la scena teatrale lirica internazionale.

La sua sepoltura è stata riscoperta nell’antico oratorio di Santa Maria Assunta annesso alla villa Pocchini-Pacchierotti ora appartenente alla nobile famiglia Zemella, situato in località Mandria nel comune di Padova. I resti riesumati sono stati sottoposti a diverse analisi da parte dei ricercatori del gruppo di Medicina Umanistica dell´Universitá di Padova, che hanno pubblicato i risultati nella rivista scientifica “Nature Scientific Reports” rivelando di aver trovato tracce nello scheletro sia degli effetti della castrazione che del lavoro di cantante.

Nel suo ancora embrionale lavoro The Castrati in Opera, Angus Heriot scrisse: “Oggi possiamo solo immaginare come potessero sembrare, all’ascolto, i grandi cantanti del passato; ma si potrebbe azzardare l’ipotesi che, di tutti i castrati, se fossimo in grado di riascoltarli, sarebbe Pacchierotti a piacerci di più …”[6]. Come anche evidenziato dal suo estimatore londinese citato poc’anzi, Pacchiarotti aveva una voce estremamente bella, caratterizzata da un timbro grave molto potente e profondo, che faceva di lui piuttosto un mezzosopranista molto esteso (arrivava in alto al do5), che non un vero e proprio soprano. Ma soprattutto Pacchiarotti era, ed anzi si poneva consapevolmente, come erede dello stile antico del belcanto, che privilegiava il vigore espressivo e la passione (il “pathos” di Lord Mount Edgcumbe), rispetto al gusto per la coloratura acrobatica fine a sé stessa e per la corsa ai sovracuti, di cui il famoso do6 della Bastardella, sua contemporanea, era l’esemplificazione vivente. Pacchierotti, con il rigore che lo caratterizzava, con l’enorme perizia tecnica di cui era in possesso (la varietà delle sue fioriture appariva come “inesauribile”), con la sua ricerca di adesione del canto al testo, con la splendida voce calda e pastosa di cui poteva godere, si mise, insieme al Crescentini, alla testa di quella reazione artistica contro la deriva a cui il canto lirico stava andando incontro nella seconda metà del Settecento, reazione che, grazie anche all’adesione di altre figure rilevanti, come i tenori Giacomo David, Matteo Babini e Giovanni Ansani,e primedonne come Brigida Banti, Luísa Todi de Agujar e Giuseppina Grassini, creò le condizioni di quel recupero dei sistemi antichi che poi fu alla base del “gran finale” rossiniano della splendida stagione del belcanto di origine barocca.

Fonti:

Cartacee:

“Ai cultori ed amatori della musica vocale cenni biografici intorno a Gaspare Pacchierotti” di Giuseppe Cecchini Pacchierotti

“Gaspare Pacchierotti. Il crepuscolo di un musico al tramonto della Serenissima.” di Giovanni Toffano con interventi di Roberta Bortolozzo e Gloria Listo

Internet: “Wikipedia”- “Università di Padova”